(Primissime fasi di lavoro di pulizia e svuotamento della ghiacciaia del sito effettuata dai nostri volontari).
RICERCA SULLE GHIACCIAIE
La società attuale, pur orientata verso una maggiore conoscenza della
tecnologia futura continua a dimostrare interesse a tutto ciò che riguarda
il passato e le nostre origini.
L'Associazione Storica Culturale Granatieri Brandeburghesi e il Gruppo Amici
del Castello in collaborazione all' Amministrazione Comunale di Pianezza ha
il desiderio di divulgare a tutti i Pianezzesi e non, questo piccolo studio
che riguarda la tecnologia e l'economia legata al commercio del ghiaccio.
Vi chiederete ma cosa centra Pianezza con tutto questo?
Il nostro gruppo facendo attività di pulizia nella parte inferiore del
parco di villa Lascaris ha scoperto una ghiacciaia.
Questa struttura protagonista di anni passati pur nella sua semplicità
ha condizionato il modo di vivere per intere generazioni, ed inoltre chi di
voi è a conoscenza di questo manufatto nel nostro territorio?.
Tutte le attività svolte con passione portano a dei risultati, il nostro
gruppo con il lavoro di recupero e di ricerca storica ha voluto dare un piccolo
contributo alla conoscenza di questa costruzione lasciata per troppi anni in
stato di abbandono ed inoltre speriamo che tutto questo sia di stimolo per ulteriori
pubblicazioni sulla nostra storia locale.
Il ghiaccio, come il sale ed il fumo, è sempre stato un fattore determinante
nella strategia di conservazione degli alimenti, e in primo luogo delle proteine
animali.
Quando ancora non esistevano i sistemi di refrigerazione industriale, i commercianti
di generi alimentari, ma anche privati che intendevano conservare il cibo, dovevano
necessariamente ricorrere alle scorte di ghiaccio.
I lettori non più giovanissimi ricorderanno senz'altro i tempi in cui,
specialmente d'estate qualche garzone che di buon passo, sulla spalla ricoperta
da un panno, trasportava lunghe barre di ghiaccio gocciolante destinate a quegli
antenati dei frigoriferi che portavano appunto il nome di ghiacciaie.
Le tecnologie più moderne hanno cancellato quell' usanza: il freddo e
il ghiaccio vengono assai più comodamente prodotti in casa e delle barre
di ghiaccio non si sente più la necessità.
L' INDUSTRIA DEL FREDDO
L'aspetto economico è sempre stato di fondamentale importanza poiché
coinvolge una miriade di attività lavorative legate ad esso.
Oltre che alla produzione si pensi anche al trasporto, lo stoccaggio, il commercio
ed il consumo.
Le descrizioni delle imprese di Alessandro Magno raccontano come si conservasse
il ghiaccio più di 2300 anni fa; in buche profonde, ricoperte d'arbusti
e terriccio. Erano enormi blocchi di ghiaccio avvolti in paglia e fieno che
gli schiavi trascinavano dalle montagne della Macedonia sino alle pianure dell'Asia
Minore.
Da tempi così lontani, l'economia legata al ghiaccio arriva fino a circa
50 anni fà, cioè poco dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Nella nostra regione, lo sfruttamento del ghiaccio trova il suo massimo sviluppo
a partire dal XVII secolo.
Forse alcuni di voi avranno già sentito parlare delle ghiacciaie reali
di Porta Palazzo, uno dei più antichi sistemi sotterranei della nostra
città.
Agli inizi del 1800 a sollecitare la produzione di ghiaccio fu l'aumentato benessere
di larghi ceti della popolazione cittadina con la conseguente apertura di nuove
osterie e macellerie.
In risposta a queste necessità si cominciarono a costruire nuove ghiacciaie,
sia appartenenti alle comunità locali vicino alle più importanti
vie di comunicazione con il fondo valle sia nelle corti rustiche di ville e
palazzi appartenenti a famiglie nobili.
Le famiglie più abbienti ne facevano grande uso, anche per consumi voluttuari
(bevande fredde, sorbetti), per la preparazione di medicinali e per la cura
di febbri, ascessi, contusioni, ecc.
Grandi consumatori di ghiaccio e neve erano le comunità monastiche (specie
per la conservazione di prodotti caseari) di cui la prova è stata il
recente ritrovamento di una ghiacciaia nel monastero di S. Ambrogio di Milano.
Nel nostro territorio esistono strutture molto simili ma che sono state costruite
per fini diversi, quindi per precisione dobbiamo dare la definizione corretta
a seconda della loro funzione:
" GHIACCIAIA: bacino naturale o artificiale per la formazione del ghiaccio;
" NEVIERA: sito naturale o artificiale in cui è collocata la neve
perché si trasformi in ghiaccio;
" CONSERVA: luogo in cui è immagazzinato il ghiaccio: questo termine
sarebbe il più corretto per indicare la "ghiacciaia" di Pianezza.
Fino alla prima metà del secolo scorso, l'estrazione del ghiaccio era
ancora un'attività che offriva qualche opportunità economica a
piccole comunità di montanari.
Il ghiaccio era prevalentemente raccolto per i macellai, poiché fortemente
vincolati alla conservazione della loro merce, caratterizzata dal facile deterioramento.
Nei paesi a clima temperato come le regioni meridionali era consuetudine conservare
la neve, che immagazzinata in buche nel terreno rivestite in pietra o in grotte
naturali permettevano far fronte alle carenze idriche delle stagioni asciutte.
Il ghiaccio usato per la conservazione degli alimenti veniva prelevato dall'unico
luogo in cui non mancava mai in tutti i periodi dell'anno: la montagna.
E accanto ai minerali, al legno, agli animali più pregiati ed alle erbe
aromatiche, l'uomo imparò anche a sfruttare le eterne scorte di ghiaccio
delle alte vette.
Conosciamo una cava di ghiaccio in Valle Susa: il ghiacciaio Galambra.
Da Salbertrand i cavatori salivano fino al ghiacciaio posto a 3092 metri, armati
degli strumenti necessari a tagliare la gelida massa e confezionarla per la
spedizione.
L'attuale passo del Vallonetto, punto obbligato per il passaggio, allora era
soprannominato "al pas dla giasa." (il passo del ghiaccio)
Un altro ghiacciaio della Valle di Susa ampiamente sfruttato come cava, era
quello di Bard (3150m), nei pressi della strada che conduce al colle del Moncenisio.
Naturalmente il prezioso prodotto, appena estratto doveva essere tagliato in
blocchi che fossero così facilmente trasportabili dai muli fino a Susa;
ma dovevano anche presentare delle dimensioni tali da garantire la conservazione
fino al luogo di destinazione.
La rivista del Club Alpino del 1893 ci informa che il ghiaccio estratto in Valle
Susa, nel 1884 veniva inviato fino a Massaua.
La discesa a valle doveva naturalmente essere rapidissima per permettere alla
maggior quantità di prodotto di raggiungere la città.
Il ghiaccio tagliato era avvolto in teli di juta bagnati, da cui era poi caricato
sui carri fino alla destinazione finale.
Il trasporto del ghiaccio spesso avveniva di notte per evitare il calore del
sole, con tutti i pericoli che ne derivavano.
Il lavoro iniziava a giugno per concludersi a fine agosto, normalmente con l'
esaurimento delle scorte.
Esistevano altri sistemi di raccolta del ghiaccio definiti "di pianura"
che permettevano di ricavare il prodotto.
In fase di costruzione della ghiacciaia si provvedeva a creare nelle vicinanze
appositi guazzi, ossia delle fosse piene d'acqua pulita da cui si toglieva poi
il ghiaccio tagliandolo in blocchi con le scuri.
Le comunità toccate da torrenti o fiumi ricavavano il ghiaccio dalle
acque che gelavano nei tratti e negli slarghi dei corsi d'acqua in cui le medesime
rallentavano o addirittura stagnavano.
Salvo che l'autunno fosse stato sufficientemente piovoso da riempire le pozze,
tra dicembre e gennaio si provvedeva al taglio del ghiaccio.
Il ghiaccio veniva tagliato in blocchi di larghezza regolare, grazie all' uso
di affilatissime scuri speciali e di arnesi che ne permettevano il dimensionamento
corretto.
Per costruire dei piccoli invasi o pozze, si utilizzava una parte della terra
di riporto dallo scavo della buca (profonda 8-9 metri), la rimanenza veniva
utilizzata per coprire la ghiacciaia con uno strato di almeno 1 metro per isolarla
dagli agenti atmosferici.
Naturalmente il luogo doveva essere in ombra soprattutto nelle ore più
calde e se ciò non era possibile, si provvedeva a piantare alberi ad
alto fusto e larghe chiome nella zona circostante.
Altre condizioni molto importanti erano quelle di costruire la ghiacciaia in
terreni drenanti ed in posizione sempre più elevata rispetto al luogo
circostante, questo per fare in modo che in caso di pioggia l'acqua poteva scivolare
via senza rimanere a contatto delle mura perimetrali esterne, infatti il peggior
nemico di una ghiacciaia è quello dell' umidità perché
fa aumentare la temperatura interna e provoca la crescita di muffe dannose per
il prodotto conservato.
La casistica delle forme riscontrate nel nostro territorio spazia da semplici
buche scavate nel terreno fino ad edifici intesi come entità architettoniche
complesse, in cui sono articolati i vari elementi costruttivi (fondazioni,struttura,
copertura, ecc).
La qualità primaria della ghiacciaia doveva essere quella di garantire
la conservazione della maggior quantità possibile del prodotto in essa
depositato. Per questo motivo la linea di sviluppo di questi edifici doveva
tendere all' individuazione del massimo livello di isolamento termico, quindi
in base alle esperienze passate si arrivò abbastanza presto all' individuazione
della tipologia ideale (ghiacciaia a sezione tronco-conica coperta con volta
a cupola).
Come per le tipologie utilizzate nelle architetture preindustriali, le ghiacciaie
più grandi potevano avere pianta rettangolare, grandi coperture in paglia
o in cotto, a capanna o a padiglione, sorrette da grandissimi archi, da poderose
capriate, da doppie file di alti pilastri che dividevano lo spazio interno in
più navate.
Le prime ghiacciaie dovevano ricordare molto da vicino le antiche neviere, cioè
non erano altro che buche a forma tronco di cono rovesciato scavate nel terreno,
ricoperte nella parte esposta all'aria con strati di foglie secche e di fascine
drenanti sul fondo che avevano una funzione isolante in modo da non permettere
al ghiaccio di posarsi direttamente sul terreno circostante.
Questa forma non è casuale e neanche frutto di particolari conoscenze
geometriche e statiche, ma deriva da un attenta osservazione del comportamento
del terreno ed è perciò il risultato di una ottimizzazione progressiva
di tentativi empirici susseguitisi nel tempo.
Infatti, ipotizzando di effettuare in un terreno di media coerenza uno scavo
a pianta quadrata con pareti perfettamente verticali, dopo un certo periodo
di tempo gli agenti esterni comincerebbero ad erodere le pereti dello scavo,
provocando distacchi di materiale a partire dalle zone mediane dei lati del
quadrato, ed il materiale tenderebbe ad accumularsi alla base della parete.
Finchè, dopo un po', si otterrebbe una forma circolare in pianta e trapezoidale
in sezione, con i lati obliqui inclinati secondo l'angolo di attrito del terreno.
Si avrebbe, in altre parole, una buca a forma di tronco di cono rovesciato.
Questa tipologia fu conservata anche successivamente, quando le pareti laterali
ed il fondo furono costituiti da muratura in pietra, introdotta per evitare
il contatto diretto del ghiaccio con il terreno permeabile all'acqua e all'aria
e, conseguentemente, per limitare gli scambi termici.
Scomparivano inoltre i fenomeni di erosione dovuti all' incoerenza del terreno
ed agli agenti atmosferici. Infatti la pianta circolare rappresentava una buona
soluzione statica per bilanciare la spinta del terreno sulla superficie laterale
delle ghiacciaie. Tale spinta poteva considerarsi trascurabile nei periodi invernali,
primaverili ed estivi, in quanto bilanciata dalla pressione interna del ghiaccio
verso le pareti. Tuttavia nel periodo autunnale, quando la ghiacciaia era vuota
la spinta del terreno esterna, per di più reso pesante dalle ingenti
piogge, diveniva considerevole ed in breve avrebbe danneggiato eventuali murature
rettilinee, a meno che non avessero avuto uno spessore notevole ma antieconomico.
La forma circolare invece scaricava le spinte centripete lungo le direttrici
tangenziali alla circonferenza, con un comportamento assimilabile in pianta
a quello di una serie di archi circolari disposti orizzontalmente lungo il perimetro.
In questo modo era possibile limitare le dimensioni delle murature, che in genere
non superavano i 60 centimetri anche in casi di ghiacciaie di 10-15 metri di
diametro.
Inoltre la forma tronco-conica era quella che, a parità di volume, sviluppava
la minore superficie.
Questo significa che veniva ridotta al minimo la superficie di contatto della
massa ghiacciata con le pareti esterne, sulle quali erano esercitati gli scambi
termici da limitare il più possibile.
Al momento del passaggio della nevaia scavata nel terreno a quella in muratura
sarebbe stato logico verticalizzare i muri di contenimento laterale, ed assumere
come nuova tipologia il cilindro anziché il tronco di cono: oltre a semplificare
la costruzione si sarebbe aumentata, a parità di diametro superiore,
anche la capacità delle ghiacciaie.
Il motivo per cui anche successivamente è stata in molti casi mantenuta
l'inclinazione delle pareti si può spiegare come segue.
La massa del ghiaccio, composta da blocchi di limitata dimensione saldati tra
loro per la bassa temperatura, poteva essere assimilata ad un unico blocco congelato
con la forma del suo contenitore.
Nel periodo primaverile aumentava sensibilmente la temperatura dell' aria, e
anche quella del terreno a partire dai livelli superiori, provocando lo scioglimento
di una parte superficiale del ghiaccio. Nelle ghiacciaie tronco-coniche lo scioglimento
del ghiaccio sul fondo permetteva un abbassamento della massa tale da riportare
la superficie congelata a contatto delle pareti. In un ipotetica ghiacciaia
cilindrica, invece, l'abbassamento della massa avrebbe lasciato penetrare l'aria
negli interstizi laterali, favorendo la formazione di fornelli di scioglimento,
ed accelerando il processo di liquefazione.
Il drenaggio dell'acqua di scioglimento avveniva attraverso una massicciata
o vespaio costituita da grossi ciottoli di fiume sistemati l'uno accanto all'altro
sul fondo della ghiacciaia.
Riportiamo di seguito un brano tratto da:
"LA NUOVA ENCICLOPEDIA ITALIANA" vol.X, TORINO,1880, p.253"
(
)La prima cura da aversi nella costruzione di una ghiacciaia è
di evitare che il calore esterno vi penetri: siccome però non si conoscono
sostanze che isolino dal calore perfettamente o non abbiano per esso conducibilità
alcuna, così riesce impossibile conservar tutto il ghiaccio che si raccoglie,
se ne perde sempre una parte, la cui liquefazione coopera alla conservazione
del rimanente.
L' ingresso è sempre al norte, della forma di un piccolo corridoio con
una porta al principio e al fine. Comunemente la ghiacciaia si costruisce in
un boschetto, dovunque circondata da alberi che la difendano dai raggi del sole.
Nel collocare il ghiaccio bisogna rivestire il fondo e le pareti di un denso
strato di paglia, e coprirne ugualmente la massa quando è compiuta, coll'avvertenza
che il ghiaccio sia ben stivato e compresso in modo da formare una massa il
più possibile compatta, avvertendo di scegliere per tale operazione una
bella giornata possibilmente fredda ed asciutta.
Proponiamo ai lettori che volessero approfondire il tema trattato alcuni indirizzi utili:
-Piemonte in bancarella, i segreti di Torino sotterranea, TORINO 1996, pagg.
136-144
-Luciano Gibelli, memorie di cose, TORINO 2004, pagg.223-226
-http://www.mondimedievali.net/microstorie/neviere.htm
-http://www.dalcorso.it/cerro/giass.html
-http://www.sapere.it/tc/arte/percorsi/dp/ao/mestiere_archeologo/ghiacciaie.jsp
-http://www.geocities.com/soho/1843/neviera.html